Noi ci crediamo ancora
Il CCA a confronto con il nostro tempo
Che rapporto abbiamo con il tempo? È un elemento che ci sfugge dalle mani e con il passar degli anni diventa un concetto multiforme che si dipana in pensieri e memorie, sogni e utopie, delusioni e gioie. Bellezza e caducità di un elemento reale che ci attrae e ci respinge: vorremmo coltivarlo all’infinito ma sappiamo che ad esso ci lega l’ineluttabilità del destino. E allora facciamo ricorso alla forza della storia, scolpendo su lapide i momenti più avvincenti della vicenda umana. Frullano come in un caleidoscopio queste idee mentre risuona la campana della celebrazione. Ogni generazione porta con sé le stimmate di specifiche esperienze. E qui soccorre la saggezza degli antichi:Tempus omnia revelat (“Lo scorrere dei giorni ci fa scoprire tutti i misteri della vita”, Tertulliano, Apologia del cristianesimo,VII).
La clessidra del Centro Culturale
Antonianum di Milano ha sciorinato i suoi granelli di sabbia, con cadenze ritmiche e precisissime, lungo un arco di cinquanta annualità. Non possiamo immaginare cosa prospetta il futuro ma sappiamo esattamente quello che ci ha offerto il tempo appena trascorso. E si può senza alcun dubbio proclamare: è stata una bella avventura.Inimmaginabile agli esordi, travagliata e concreta nel volgere dei lustri, soddisfacente per l’attuale traguardo da considerare soltanto come tappa di un cammino che ci auguriamo lunghissimo.E ciò si deve a un gruppo di persone, predisposte all’energia del volontariato e amalgamate come dinamica sociale, unite da una chiara visione dottrinaria (religiosa ma non ideologica) e disponibili alla comprensione reciproca. Uomini e donne che da giovani sono diventati anziani, hanno stretto amicizie e rinnovato ranghi associativi, sempre forti nell’azione e originali nelle iniziative.Nessun panegirico ma la semplice constatazione di un sano rapporto con il territorio e di un vivo affetto verso la nostra patria. Una “Piccola Città”, come recitava la testata di un periodico legato al centro. Ricordo con qualche nostalgia quella iniziativa editoriale che si presentava ai lettori (ed erano tanti, rispetto alla ristretta cerchia di amici) con l’etichetta di “una libera opinione nel mondo cristiano”, senza pregiudizi ma con l’intento di donare agli altri uno spirito di bimillenaria radice.Un’operazione coinvolgente che si è andata sviluppando, se rammento bene, dal 1968 al 1984: sedici anni di battaglie verbali, sacrifici operativi, intensità emozionale. Ecco il motivo per cui all’inizio ho citato il tempo con i suoi segni di contraddizione: negli ultimi cinquanta anni, il mondo ha vissuto in alternanza fasi di pace miste a scoppi di guerra, crescita economica e terrorismo, evoluzione tecnologica e degrado morale, difesa della parlata dei genitori e decadimento linguistico, sviluppo dei social e appiattimento della conoscenza, trasformazioni politiche ed esaltazione del male (vietato usare il termine “peccato”).L’umanità, in altre parole, ha compiuto con eccessiva frenesia un cammino che forse avrebbe meritato maggiore prudenza: in fondo, dobbiamo chiederci, a cosa serve il sovraccarico di funzioni dentro un cellulare o un tablet se viene a mancare un minimo di aggregazione tra gente che abita sotto lo stesso tetto? Siamo costretti a portare una mascherina che probabilmente, e sottolineo il dubbio, ci protegge da invisibili virus ma nello stesso tempo annulla ogni assunto di normalità.Abbiamo garantito, giustamente, la sicurezza del corpo grazie ai vaccini ma nessuno si è posto il problema della mente e la salvaguardia dell’anima.Pensieri da vecchi, forse. Le classi under cinquanta perseguono ben altre logiche, in linea con l’odierna società.
Il discorso torna a sottolineare la funzione dell’Antonianum sotto il profilo attivo. Ritengo che non possa e non debba limitarsi alla celebrazione di un glorioso passato perché il centro ha la possibilità e il dovere di perseverare negli obiettivi assunti alla sua fondazione. Promesse semplici quanto responsabili, finora con caparbietà adempiute. Ricordiamo, in sintesi, la missione che ispirava i “padri fondatori”.Quale impegno primario, il rispetto e l’esaltazione del messaggio evangelico operando nell’ambito della promozione culturale ad esclusivo beneficio della comunità locale.E come base di partenza, la formazione personale da tradurre in attività di scrittura e di lettura, in stimoli alla conoscenza delle proprie origini, nell’organizzazione di incontri con personaggi, in partecipazione ad escursioni e visite guidate, all’ascolto di musica classica, alla condivisione di note storiche. Chiaramente, ciò che valeva ieri, resta perno per il lavoro futuro. La sfida sta nel rinnovarsi mantenendo ben salde le radici delle origini.
Ci sono tutti gli strumenti per l’impresa. L’indomito spirito giovanile e la fantasia dei divulgatori culturali non conosce limiti, come possono testimoniare i frequentatori del noster centro. E qui non posso tacere sui nomi storici dell’associazione, uomini e donne che hanno profuso al massimo, e continuano a farlo, il loro entusiasmo.Dovrei nominare troppe persone – talune purtroppo scomparse – ma, per non far torto a nessuno, restringo il riferimento ad Alberto e Laura Boccotti, per i loro ruoli di presidente del CCA e di animatrice della Biblioteca, coppia alla quale vanno i migliori auguri per le recenti nozze d’oro.Aggiungo soltanto con vivo piacere il nome dell’ispiratore del Centro, padre Francesco Ruffato dei Frati minori. Concedete infine ad un amico di vetusta data di utilizzare in chiusura un’altra citazione latina, lingua eterna che contrasta la cialtroneria del dilagante forestierismo lessicale: Tempora sic fugiunt pariter, pariterque sequuntur, et nova semper sunt (“Così in modo uguale i tempi corrono via, e nello stesso modo si susseguono, e appaiono sempre diversi”, Ovidio, Metamorfosi, XV, 183-184). Viviamo allora senza eccessive ansie l’andamento quotidiano. Possiamo e dobbiamo farlo, mantenendoci in sintonia – come membri di un’orchestra assai affiatata – sul piano personale e a livello sociale.”
Giacomo de Antonellis
Millenovecentosessantatre
Quando i sogni per dare un contributo culturale al quartiere e alla città dove vivevo erano nella testa di un piccolo giovane frate francescano conventuale, emigrato da Padova per esercitare il suo ministero sacerdotale…
Ero arrivato in viale Corsica 68 quattro anni prima, nel luglio del 1959, con una gran voglia di testimoniare la ragione della mia vocazione.
Mi sembrava stretto l’oratorio, l’insegnamento della religione alla scuola elementare di viale Mugello, nonostante che la parrocchia del’Immacolata e S. Antonio, nella quale ero inserito, contasse 22.000 persone circa.Stavo per terminare gli “studi sociali” all’Università Cattolica, quando confidai al giudice Piero Pajardi l’idea di fondare un centro culturale di ispirazione cristiana dedicato a S. Antonio. Lo battezzammo “Centro Culturale Antonianum” (CCA) per riconoscenza a S. Antonio da Padova. Raggio d’azione: dalla parrocchia, alla zona 11 (all’epoca, il Comune di Milano era diviso in venti “zone”, che dall’anno 1999 sono diventate 9, e dal 2016 vengono chiamate Municipi”,
NdR), alla città.
Era sempre stata una mia idea personale di approfondire la mia vocazione in maniera utile alla vita civile, alla vita pubblica…
In quegli anni, i Gesuiti avevano avviato un ottimo centro culturale, il San Fedele, che per me fu un aiuto e un’ispirazione. E parlando di ispirazioni, a quell’epoca per me lo furono personaggi come Hélder Camara - il vescovo brasiliano noto come “il vescovo delle favelas”, considerato uno dei maggiori precursori della “teologia della liberazione”; Primo Mazzolari, monsignor
Bettazzi. Personalità non rivoluzionarie, certo, ma sicuramente fuori dagli schemi come Giorgio La Pira, o un giornalista come Ettore Masina, all’epoca il vaticanista della RAI, che in seguito avrebbe scritto anche per la “Piccola Città”…
Stilammo uno statuto sperimentale (1963) dopo seria consultazione con alcuni Padri Gesuiti del Centro S.Fedele, molto attivo a Milano. Nel frattempo, stava maturando il “piccolo coro”: ai bambini si sostituirono gli adulti (uomini e donne) fino a raggiungere i settanta elementi.Alcuni erano di qualità perché venivano da La Scala e dalla RAI.Il coro Antonianum, ormai noto, tenne perfino un concerto lirico vocale al Circolo della Stampa della città. Ma godeva stima soprattutto per le animazioni liturgiche durante la S.Messa delle grandi festività.
Non dimenticherò mai un episodio della notte di Natale (credo del 1964): il celebre tenore Pier Miranda Ferraro, parrocchiano, cantò con il nostro coro la “Prima Pontificalis” di Lorenzo Perosi, e non volle che nessuno, finita la Messa, sapesse chi era perché, mi disse, “a Natale non c’è nessuno più grande, siamo tutti pastori”.
Il CCA crebbe di considerazione grazie al coro, ma anche per la biblioteca. Collaborarono molti. Nel “sottostante” la chiesa allestimmo sale di lettura, con cataloghi di consultazione.Libri e riviste nel giro di pochi anni divennero patrimonio pubblico, grazie anche agli aiuti dell’Amministrazione Comunale, mediata, soprattutto, dai consiglieri Luigi Meda e Lino Montagna. Una delle testimonianze più efficaci fu l’inaugurazione della via padre Massimiliano Kolbe, che sostituiva la via Guerrieri Gonzaga cui veniva offerto un “largo” verso la periferia (zona Forlanini). Si sviluppò, con larghi consensi, anche il
“Cineforum”, per una costante collaborazione di alcuni intellettuali del Centro S.Fedele.
Fervevano le iniziative, ma ancor più le idee. Il Sessantotto le fermentò anche all’interno del CCA. Nacque la “Piccola Città”, periodico di cultura e attualità. Sul fiorire del ’70 divenne realtà anche la formazione di una piccola orchestra dell’Antonianum, sotto la guida del Maestro Franco Monego.
Dibattiti, incontri culturali, concerti e altro acquistavano sempre più consistenza fino ad attirare le attenzioni delle autorità religiose e civili. Quando furono confuse le contestazioni pastorali con quelle culturali all’interno della parrocchia di viale Corsica, anche il CCA fu travolto e, a parer mio, in modo inadeguato, fino a volerne la soppressione o ritenerne l’inutilità, se non un danno per la vita della parrocchia, dentro la quale era nato e risiedeva. Dal febbraio del 1972 fui trasferito al convento S. Antonio di Como (Camerlata).Seguii ancora per un po’dall’esterno il coro e il periodico “Piccola Città”. Fu in quel periodo che incontrai, per suggerimento di Marco Garzonio, Giacomo de Antonellis, cui raccomandai il Centro, ma soprattutto la rivista. Alla fine degli anni ’60, il CCA si era dato uno statuto definitivo, con un Consiglio Direttivo e un presidente, che nonostante fosse eleggibile a scadenza limitata, aveva tutti i carismi per dirsi quasi a vita; prova ne sia che ancora oggi regge il timone, più sicuro che mai. E dopo questo breve excursus storico, il mio profondo compiacimento per voler ricordare l’inizio di un’istituzione, che sta tra le creature più care del mio ministero.Se a Mestre un altro centro, gemello, prospera ancora oggi, è anche merito della vostra costanza che ha incoraggiato l’inizio (1976) del Centro Culturale P. M. Kolbe, quando la nostalgia del CCA mi scavava il cuore.
Vi auguro la perseveranza dei forti, la speranza degli intelligenti e la fraternità dei cristiani secondo il Vangelo. Se la fede è un presupposto, l’anima di quanto abbiamo costruito insieme e avete fatto maturare nel tempo non perirà. Meglio soffrire perché coraggiosi e amici dei profeti, che godere della tranquillità senza qualità.Vorrei essere con voi, dirvi tanto di più con la mia presenza. Ma l’assenza non vi dica disimpegno, ma comunione di intenti, quelli del Vangelo, stile S.Francesco, mediazione S.Antonio, che mi hanno accompagnato nel tempo con voi e dopo, quando la Provvidenza mi indicò altre strade. Che il Signore vi ricompensi, benedicendo le vostre famiglie, i figli, gli amici, quanti possono continuare a credere nella solidarietà operante del CCA.
p. Francesco Ruffato
OFM, Fondatore del Centro Culturale Antonianum
Noi ci crediamo ancora
Siamo arrivati al cinquantesimo anno.
Ricordiamo quella sera del 27 gennaio 1971, ore 18.30: ci trovammo in una saletta del convento dei Frati Minori Conventuali, che reggono la parrocchia Immacolata e Sant’Antonio in viale Corsica, 68 a Milano.Oltre ai soci fondatori, erano presenti l’ideatore del Centro Culturale Antonianum fra Francesco Luigi Ruffato (da noi ribattezzato Cisco) e il notaio Roberto Banone. Di quell’elenco di soci fondatori alcuni non sono più tra noi. Fu un momento di emozione per tutti, in particolare per Cisco: la sua idea si stava realizzando, condivisa anche dalla comunità religiosa dei frati di allora.Alcune attività già si svolgevano con il vecchio logo CCA già negli anni sessanta, per cui era necessario dare una veste ufficiale all’attività del Centro. La prima stesura indicava Cisco quale direttore del CCA e rappresentante legale dell’associazione, mentre il presidente regolava i rapporti all’interno. Venne anche redatta una convenzione che specificava i rapporti del CCA con la parrocchia e i frati, proprietari di tutto il fabbricato. In seguito poi lo statuto fu revisionato secondo le leggi in vigore.
Iniziò così una bellissima avventura, che impegnava ognuno di noi nelle varie attività, vale a dire coro, orchestra d’archi, orchestra jazz, biblioteca, concerti, dibattiti, la rivista "La Piccola Città". Non sono purtroppo mancati momenti difficili, che comunque siamo riusciti a superare grazie anche all’intervento di autorità civili e religiose. Lo sfratto dai locali di via Kolbe (sede e auditorium) mutilò alcune attività. Venimmo citati in tribunale una prima volta e questa fase si concluse con un accordo temporizzato. Alla scadenza non riuscimmo a uscire dai locali della biblioteca, mentre la sede venne trasferita in viale Corsica 72, presso la libreria CMAPAL del centro missionario; ma la biblioteca, che ormai contava oltre quindicimila volumi, non era di facile spostamento.Venimmo citati ancora in tribunale, ma la causa si bloccò perché nel frattempo il Comune di Milano, tramite il Consiglio di zona 11 (presieduto da Elio Chiappa), ci assegnò i locali nel fabbricato di corso XXII Marzo 59, dove siamo tuttora.Fu un periodo di sofferenza per tutti che durò alcuni anni, e nel 1982 ci trasferimmo nei locali sopra citati. Riprendemmo le attività nella biblioteca come luogo di studio e di servizio al prestito, e anche come sede degli “Incontri in biblioteca”che proponiamo tutt’oggi.Ci tenevamo comunque a non chiudere il rapporto con i frati e con i parroci che si alternavano;con essi continuammo a tenere un rapporto costruttivo che, col tempo, divenne duraturo e positivo. Iniziammo con l’invito ai Civici Cori diretti dal compianto Maestro Mino Bordignon, con un concerto di Pasqua che fu ripetuto per gli anni successivi nella chiesa dell’Immacolata, gremita di pubblico:fu così che il rapporto con i frati venne ricostruito positivamente.
Le attività si moltiplicarono e si diversificarono grazie anche al sostegno del Municipio 4. All’interno di questo libro troverete la testimonianza di quanto è stato fatto con passione e con spirito costruttivo, tipico del volontariato. Buona lettura!
Alberto Boccotti
Presidente
Centro Culturale Antonianum