Il coro dell’Antonianum
Dai Pueri Cantores alla Corale
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, il gruppo di appassionati cantori, che nella Parrocchia dell’Immacolata e Sant’Antonio, intorno al 1964, diede vita al primo nucleo della Corale del CCA, non nacque con il solo scopo di fare della musica sacra, in particolare per l’animazione delle Messe solenni, ma, come ci dice Padre Francesco Ruffato (promotore e, ovviamente, primo direttore di quei cantori), oltre a essere stata, assieme alla biblioteca, una delle prime iniziative del Centro Culturale Antonianum, fin dall’inizio aveva assunto una precisa connotazione come gruppo “teatrale”.
Certo, un embrione di corale c’era già anche prima della nascita come attività del CCA, o meglio, citiamo sempre Padre Francesco: “Esisteva un gruppo di parrocchiani che cantavano, ma il (…) nuovo spirito era quello di fare musica sì, ma IN TEATRO, e io mi ricordo molto bene questo aspetto perché la mia idea per quella corale parrocchiale che già esisteva era quella di portarla a compiere un ulteriore passo: non solo corale di ispirazione cristiana, ma anche di un canto, di una musica che gli altri gruppi parrocchiali non facevano e cioè la lirica, appunto, il teatro”.
Proprio alla metà degli anni ’60 si colloca l’arrivo nel coro di Enzo Soncini, assieme alla moglie Licia (entrambi erano membri del coro della RAI di Milano) ed è proprio lui che sostiene Padre Francesco in questo progetto teatrale, suggerendogli di percorrere anche la strada della musica lirica.
È sempre il nostro Cisco che ci ricorda lo sforzo grandissimo per organizzare e poi fare funzionare quel gruppo, tenerlo unito, esercitarlo chiedendo ai suoi componenti un grande sforzo e una grande disponibilità di tempo, nonché l’impegno organizzativo per curare le “pubbliche relazioni”, l’organizzazione dell’archivio, la comunicazione e la ricerca di luoghi e platee ove presentare il proprio repertorio.
Due prove settimanali, il lunedì e il giovedì, due ore e passa di intenso allenamento, magari dopo una già dura giornata di lavoro, sono un impegno notevole, eppure per quasi due decenni i coristi hanno dedicato tutto questo tempo a esercitarsi, a migliorarsi, a prepararsi per offrire poi al pubblico delle esibizioni di grande pregio e bellezza.
A distanza di tanti anni abbiamo raccolto qualche testimonianza di alcuni tra quelli che erano allora i più giovani coristi (molti degli altri, purtroppo, oggi non ci sono più): quello che emerge da questi contributi è la consapevolezza di aver fatto parte di un grande gruppo, che, con il tempo, assunse le connotazioni di un vero e proprio coro professionale, capace di eseguire brani anche di straordinaria difficoltà riscuotendo consensi unanimi con l’esecuzione di concerti a Milano e in tutta la Lombardia.
“Se sono diventata una musicista”, ricorda Maria, “diplomandomi in Canto al Conservatorio, credo di doverlo in buona parte alla fantastica esperienza nella Corale del CCA. Io e mio fratello eravamo senz’altro i coristi più giovani, ma siamo stati accolti con grande affetto e valorizzati in quello che era anche un bel gruppo di amici. Il clima fra di noi era veramente sereno e uscire per le prove non era un sacrificio, ma un piacere: in tutti si percepiva entusiasmo e impegno, sia ai concerti che animando le messe solenni in parrocchia (con l’immancabile Alleluja dal Messia di Haendel!) Licia Soncini era il mio mito assoluto e mi colpiva che dei professionisti come lei, suo marito Enzo e altri donassero il loro tempo e la loro competenza alla Corale. Fondamentale la direzione del Cisco, che ci trasmetteva il suo travolgente amore per il canto e ci teneva uniti. Mi capita ancora, quando la radio trasmette qualche brano del nostro repertorio, di commuovermi ripensando ad un momento davvero magico della mia vita”.
E Carla: “quanti bei ricordi! Quella magnifica esperienza mi è servita molto anche per combattere la mia allora notevole timidezza. Era un grande gruppo di amici, tra noi più giovani, e direi quasi una grande famiglia allargata comprendendo quelli che allora erano per noi i ‘grandi’. La grande emozione dei concerti e soprattutto quella di quando si cantava alla messa di mezzanotte di Natale, magico! La gentilezza e la bravura dei coniugi Soncini...”
Giovanni ricorda “l’impazienza con cui attendevo le prove del lunedì e del giovedì sera nell’Auditorium di Via Kolbe … io cominciai che ero poco più che un bambino ed ero ancora voce bianca; infatti cantavo con … i contralti! Poi, dopo il cambio di voce sono confluito nei tenori secondi e, tra i tenori, cantava ancora Enzo Soncini (prima di diventare direttore) … quante cose mi ha insegnato, non solo musicalmente … e mi affascinava la bravura di Marvi Sottocorno Bersellini che accompagnava al piano e che si è prestata per anni, non solo nel ruolo di pianista, ma anche di maestra durante le cosiddette prove di sezione, cioè momenti in cui si riunivano a provare solo le voci maschili da una parte e quelle femminili da un’altra, prima di ritrovarsi in teatro per unire soprani, tenori, contralti, baritoni e bassi in un’unica meravigliosa voce”.
Fino al 1973 il Direttore rimase padre Francesco che dovette lasciare dopo il suo trasferimento prima a Como e poi a Mestre (dove peraltro fondò e diresse per anni un’altra affermatissima corale, la Polifonica “Benedetto Marcello”). Per quasi un anno ci fu una sorta di interregno con la direzione di padre Giulio Cattozzo. Poi, padre Francesco indicò Enzo Soncini (che, come detto, era allora la voce guida dei tenori) come suo successore e ci volle del tempo perché egli si convincesse a fare il passo di prendere la direzione, in cui portò la competenza derivante dal suo ruolo di membro del Coro della RAI di Milano e dalla sua passione, fin dall’infanzia, per la musica lirica.
Il nuovo “corso” della corale, dunque, iniziò con un memorabile concerto nell’Auditorium Antonianum il 6 giugno 1975. Il coro dell’Antonianum arrivò a contare un’ottantina di elementi ben distribuiti tra le diverse voci; tra le donne con una leggera prevalenza di soprani e mezzosoprani sui contralti mentre nelle voci maschili vi era un sostanziale equilibrio fra tenori e baritoni con un numero leggermente inferiore di bassi.
A questo proposito va fatto più che un accenno alle voci “soliste” che nel tempo si sono alternate per l’esecuzione di romanze liriche o assoli in brani di musica sacra, prima fra tutte la già citata Licia Soncini di cui restano famose le sue interpretazioni di “Una voce poco fa” dal Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, nonché la parte di Leonora nella celebre “Vergine degli angeli” nella “Forza del destino” di Giuseppe Verdi o quella di Santuzza nel “Regina coeli” da “La Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni o, ancora, “Casta diva” della Norma di Vincenzo Bellini e il “Panis Angelicus”, l’inno di San Tomaso d’Acquino messo in musica da César Franck e cantato assieme al coro.
Altri soprani interpreti di assoli sono stati Anna Re, Itala Calcagno e Maria Tinarelli, mentre, tra le voci maschili ricordiamo i tenori Gianni Traverso (“E lucevan le stelle” dalla “Tosca” di Giacomo Puccini, “La donna è mobile” dal Rigoletto di Verdi), Antonio Garofalo (famoso il suo “Ah, non mi ridestar” dal Werther di Massenet) e il basso Antonio Spataro, tra i suoi cavalli di battaglia ci sono “La calunnia” dal “Barbiere di Siviglia” di Rossini e, di Verdi, “Il lacerato spirito” tratto da “Simon Boccanegra”.
La formula fortunatissima collaudata con la direzione di Soncini prevedeva concerti con l’alternanza di cori e assoli e ha sempre ottenuto, fino allo scioglimento della Corale, successi indiscussi ed estremamente soddisfacenti.
Rileggere oggi il repertorio lirico-polifonico del Coro Antonianum fa davvero impressione. La Messa prediletta era quella “Pontificalis” di Lorenzo Perosi, dove il Gloria era alternato all’altrettanto famosa e orecchiabile composizione di Antonio Vivaldi; straordinario numero di brani religiosi, mottetti di ispirazione natalizia e pasquale, come ci ricorda più sotto Soncini, mentre dalle composizioni di George Frederich Handel giungevano il celebre “Alleluia” unitamente a “Esaltiam l’Agnel che morì” nonché il maestoso “Amen”.
Particolarmente cari a Padre Francesco e a tutti i coristi due brani dedicati alla Madonna, quel bellissimo “Tota Pulchra” di padre Alessandro Borroni, dove le voci soliste si fondono con il coro in uno splendido affresco che rende omaggio alla madre di Cristo e lo “Stabat Mater” di Giuseppe Verdi, grandioso (e difficilissimo) spartito, tra le ultime composizioni del grande musicista di Busseto.
Sul versante della lirica, invece abbiamo un elenco di brani, alcuni celebri, altri meno, ma coprenti soprattutto il melodramma italiano, naturalmente Verdi con brani dal “Nabucco”, dai “Lombardi alla prima crociata” dal “Trovatore” (il celebre coro degli zingari … “chi del gitano …” ancora con Licia Soncini nel ruolo di Azucena con “Stride la vampa”), Mascagni con la Cavalleria Rusticana (il già citato “Regina Coeli” o il coro “Gli aranci olezzano” e ancora “Viva il vino spumeggiante”) ma anche Donizetti (il Don Pasquale, “che interminabile andirivieni”), Rossini e anche Giordano (“Siberia”) e poi Gounod, con il suo valzer dal “Faust” e via … cantando, fino alla “Tarantella napoletana” riscoperta e rielaborata dal maestro Armando La Rosa Parodi e proposta dal coro del CCA dopo la sua morte.
Si potrebbe continuare l’elenco ancora per molto, ma sono soprattutto le immagini e il grande numero di locandine-evento che narrano i concerti eseguiti da questo inimitabile gruppo corale: e ricordiamo che la musica da questo gruppo proposta è spesso entrata nei luoghi della sofferenza (ospedali, tra cui l’Istituto dei tumori di Milano) o nelle case di riposo tra cui il Pio Albergo Trivulzio a illuminare e alleviare la sofferenza e la solitudine.
Enzo Soncini, che, nel cinquantenario dell’Antonianum con la moglie Licia compie i … 90 anni! ci lascia una testimonianza viva di come la Corale abbia iniziato a impegnarsi anche sul versante del melodramma:
“I primi passi in questa direzione sono della metà Anni 60 e fui io a suggerire a padre Francesco l’idea di cimentarci anche nell’opera. Le potenzialità del coro, in questo senso erano grandissime, il problema era trovare un repertorio adatto e fu proprio questo il mio contributo principale: individuare i motivi adatti! All’inizio soprattutto temi religiosi tratti dalle opere giovanili di Verdi, ‘Nabucco’ e ‘I lombardi alla prima crociata’ oltre ai già citati pezzi tratti dal celebre oratorio ‘Messiah’ di Handel poi, mano mano che si prendeva confidenza con la musica da … teatro, abbiamo esplorato molti altri autori tra cui Wagner, con il suo Tannhauser, Gounod, Sains Saens, Bizet (celeberrimo il ‘Toreador’ eseguito dal Coro e la ‘Habanera’ che veniva cantata da mia moglie Licia), Giordano e altri. Un repertorio che, con il tempo, ha assunto dimensioni vistose tanto che, nell’organizzazione dei concerti, avevamo a disposizione una scelta vastissima e potevamo continuamente variare i programmi offerti al pubblico.”
E, per tornare alla musica sacra – è sempre Enzo che parla – “direi che, dopo un inizio in cui i brani venivano scelti un po’ a caso, ci siamo orientati verso scelte più impegnative quali le messe ‘Pontificalis’ ed ‘Eucaristica’ di Perosi. Inoltre riscoprimmo molti dei bellissimi mottetti tra cui ‘O santissima Anima’, ‘La mia carne’ o ‘Resta con noi’ che, uniti ad altri, costituivano la parte musicale dell’oratorio ‘Io credo’, in cui si alternavano ai bellissimi testi del compianto Mario Azzella. Insisto sulla parte riguardante la musica sacra perché la Messa è l’evento principale della vita cristiana e noi abbiamo sempre trovato molto bello accompagnare la partecipazione Eucaristica con il canto. Fu San Francesco, lo ricordiamo, che ci lasciò il bellissimo ‘Cantico delle creature’ che noi rinnovavamo (eseguendo il brano musicato da Padre Domenico Stella) alla festa del 4 ottobre, quando si celebra il Santo che forse è stato più vicino a Dio e che cantava la gloria del creato. Quindi la musica era per noi elemento fondamentale della Celebrazione, sia che rivolgessimo il canto a Maria (il già ricordato ‘Tota Pulchra’) o a Sant’Antonio (‘Si quaeris miracula’) o, appunto, al Poverello di Assisi.”
Chiediamo a Enzo di parlarci della sua esperienza di direttore (iniziata, come abbiamo già ricordato, il 6 giugno 1975) e di alcuni eventi memorabili del Coro e ci risponde: “Quando salii sul podio per la prima volta la corale era già una bella realtà con circa 80 elementi. Dai primi anni 60, l’originario sparuto gruppo di persone che accompagnavano con il canto le Messe, si era ingrandito e aveva arricchito il suo repertorio, come ho già ricordato, anche con il mio contributo e con la mia esperienza di tenore del coro RAI. Dopo la consacrazione, arrivata nel 1970 con il concerto al Circolo della Stampa di Milano, e con il passaggio della … bacchetta da padre Francesco a me, la fama della corale si è ancor più consolidata grazie a un impressionante numero di esibizioni; ne ricordo una in particolare, quando animammo la Messa in onore degli ufficiali dell’Esercito in congedo alla Basilica di Sant’Ambrogio. Al termine della messa, presso il monumento ai Caduti – Il ‘Tempio della Vittoria’ – il coro eseguì ‘a cappella’ il ‘Va’ pensiero’ dal Nabucco di Giuseppe Verdi e fu un momento di intensa commozione, quando, durante l’esecuzione del brano, il tricolore sventolò a un improvviso alito di vento… Io ho cercato di migliorare l’esecuzione, spingendo i coristi a un continuo esercizio di impostazione della voce, a una rigorosa e corretta lettura dello spartito, spronandoli a una partecipazione intensa e continua soprattutto per abituarli a cantare insieme, forse la cosa più difficile, una volta fatte le già ricordate ‘prove di sezione’, è il mettere insieme tutte le voci per ottenere il risultato finale…”
E quando gli chiediamo di ricordare qualche altro avvenimento, Enzo mette l’accento su “I matrimoni (e ce ne sono stati tanti anche tra i nostri coristi, tra cui quello di Alberto, il presidente del CCA e Laura) che ci stimolavano al canto… ricordo le esecuzioni di ‘Panis Angelicus’, l’Ave Maria di Gounod, cantato da Licia e, naturalmente l’immancabile ‘Lieti e fedel’ del Lohengrin di Wagner, all’uscita degli sposi dalla Chiesa. Un pensiero particolare, poi, va a don Carlo Costamagna che per vari anni ha aperto al Coro dell’Antonianum la Chiesa della Passione a Milano in occasione della celebrazione della messa natalizia di mezzanotte.”
Infine, parlando del futuro, Enzo ci dice: “È difficile dare risposta a che cosa prepara… il futuro, oramai sono trascorsi davvero tantissimi anni dalla fine dell’esperienza ‘corale’ e rimettere in piedi una formazione come quella non è impresa semplice. È certo che l’aspetto organizzativo è fondamentale e non basta avere buoni cantanti: bisogna avere un direttore, un pianista e un archivio ben tenuto. E, naturalmente, entusiasmo e passione!”
Testimonianze: Antonio Spataro
Nel 1957 avevo sette anni. Ho iniziato la mia “carriera” di cantante nel Coro Antonianum, allora non ancora formalmente costituito, ma che già stava prendendo forma e sostanza nella mente del suo fondatore padre Francesco Ruffato. Eravamo i Pueri Cantores della Parrocchia Immacolata e S. Antonio, circa una decina di bimbi tra soprani e contralti, reclutati principalmente tra gli alunni della scuola di viale Mugello, dove padre Francesco insegnava religione.
Provavamo dietro l’altare della cripta dove faceva un freddo cane. Ricordo padre Francesco con il suo basco blu in testa e uno sciarpone azzurro intorno al collo per tenere calda la gola. Si provava il Cantico delle Creature di Domenico Stella, la Missa Eucaristica del Perosi, oltre ad alcuni canti per la Messa. Le Messe e i Raduni Diocesani che ci videro protagonisti e guida alle funzioni liturgiche furono innumerevoli.
Già dagli anni ’60 ci fu una evoluzione significativa: ai Pueri Cantores si aggiunsero anche le voci virili e si formò un coro strutturato con le voci dei tenori primi, secondi, baritoni e bassi oltre a qualche voce femminile di rinforzo (suore o assidue parrocchiane). Nella testa di padre Francesco c’erano ben altri obiettivi oltre i canti parrocchiali; infatti continuando nella sua infaticabile operazione di scouting, attraverso le fonti più disparate (perfino dal confessionale), mise in piedi una compagine corale di circa cinquanta elementi: Il Coro Antonianum.
Il repertorio non si limitava solo a brani religiosi, ma anche a cori lirici e sinfonici, degni di una corale di professionisti. Negli anni a seguire il coro si arricchì di altri coristi; in particolare entrò a far parte del coro anche una giovane coppia di artisti del coro sinfonico della RAI di Milano: Enzo e Licia Soncini.
Le loro capacità vocali, musicali, la loro grande esperienza artistica e le loro conoscenze nel panorama artistico lombardo, oltre che accrescere ulteriormente il livello artistico e il repertorio del coro, favorirono l’inserimento di voci soliste di grande spessore; artisti dei cori della Scala e della RAI che, assieme a Licia (Soncini) arricchirono i nostri concerti con brani solistici di effetto.
Nel frattempo le voci bianche dei Pueri Cantores avevano subite le trasformazioni fisiologiche e si erano trasformate in “Voci virili”; si andarono pertanto ad aggiungere alle voci adulte già esistenti, al loro posto si unirono un gran numero di voci femminili di buon livello.
In quegli anni la direzione del coro passò da padre Francesco a Enzo Soncini. La mia crescita artistica fu merito ed opera proprio di Enzo Soncini, amico affettuoso e grande “compagno di merende” assieme ad Alberto (Boccotti) e altri carissimi amici del CCA, che in quegli anni aveva iniziato le proprie attività culturali e di cui la corale era l’espressione di punta.
È proprio in quel periodo che con Enzo iniziai i miei studi di canto; da allora la tecnica vocale appresa è entrata nel mio DNA e tuttora posso vantarla presente e alla base delle mie capacità vocali. Grazie Enzo! In realtà Enzo mi nascondeva “secondi fini”: a parte il tentativo di farmi entrare nel coro sinfonico della RAI (fallito veramente per “un soffio”), in realtà Enzo voleva prepararmi a cantare nel coro anche come solista, nell’eventualità che i due bassi titolari (Gernone e Marmori) fossero stati indisponibili.
L’occasione non tardò a presentarsi: iniziai a cantare le parti solistiche del Cantico delle Creature per finire a esibirmi come solista nei concerti: Padre Guardiano nella “Il Santo nome, la Vergine degli Angeli” da la Forza del Destino, “La Calunnia” di don Basilio dal Barbiere, “Dal tuo stellato soglio” dal Mosè; “A te l’estremo addio” dal Simon Boccanegra, “Il Fischio” dal Mefistofele: “Vecchia zimarra” da Bohème, eccetera.
Un ringraziamento particolare alla Maestra Marvi Sottocorno che mi accompagnava al pianoforte nei concerti e mi preparava musicalmente nello studio dei brani. Grazie Marvi!
A parte la grande emozione delle prime volte, per me fu di grande soddisfazione potermi esibire in pubblico e in “location” anche di prestigio, ma soprattutto poter contribuire con gli altri Colleghi Solisti al successo dello spettacolo. Perché facevo tutto ciò? Perché Il Coro Antonianum era la mia seconda famiglia ed io mi sentivo partecipe attivo del suo successo, perché mi sentivo parte di una grande squadra di amici, nonostante con alcuni colleghi ci fosse grande differenza di età e interessi diversi.
Non potete immaginare il divertimento e le sonore risate del “dopo prova”: infatti dalle undici a mezzanotte (e oltre) chiunque avesse voluto, si poteva esibire a cantare sul palco del teatro, accompagnato dalla pianista. Era una sorta di “Corrida”: “si sentiva e succedeva di tutto”; non solo per le fragorose stonature, ma anche perché si improvvisavano canti o romanze al di sopra delle capacità vocali delle persone. È facile immaginare la comicità di certe situazioni: alcuni davano la colpa alla Maestra che sbagliava a suonare o al pianoforte scordato! Altri si candidavano solisti ai concerti... ma alla fine andavamo a casa tutti contenti e soddisfatti.
Purtroppo dal 1978 il coro si sciolse e io abbandonai l’attività canora perché il lavoro non me lo avrebbe consentito. Oggi, da qualche anno in pensione e grazie alla mia meravigliosa esperienza maturata nel Coro Antonianum, ho ripreso a cantare. Per dieci anni sono stato Presidente di una prestigiosa corale liricosinfonica di Milano e da due anni ho fondato una corale che ha tutte le carte in regola per diventare molto presto un grande coro.
Dico questo non certo per vanità, ma perché Il Coro Antonianum è stato come il “primo amore” non ci si può scordare di lui e la sua musica ed il suo “cantare” mi è rimasto dentro; raffiora nella mente, con tanta gioia, affetto ed impeto. Appena nel 2010 ripresi a cantare nella nuova Corale ho avuto la netta sensazione di non aver mai smesso di cantare dal quel lontano 1978.
Spesso ai miei coristi ribadisco il concetto che il segreto del successo di una corale, non sta solo nelle capacità artistiche e vocali dei singoli, ma nella capacità di fare squadra, essere affiatati, sapersi ascoltare, avere spirito di appartenenza e sapersi divertire come lo è stato per me nel Coro Antonianum.
Alberto Boccotti
Ricordo quando Cisco mi inserì nella sezione baritoni; poi mi diede l’incarico di seguire l’organizzazione dell’attività, soprattutto quando il coro si esibiva fuori sede: affittare il pullman, recarsi in anteprima sul luogo del concerto col direttore e la pianista; questi valutavano l’acustica, mentre io mi impegnavo ad analizzare la “location” e gli spogliatoi; ogni loro richiesta andava soddisfatta, la prima domanda era: “Dove sono i bagni?”.
Nel 1972 Cisco venne trasferito in altro convento, ed Enzo Soncini lo sostituì. Si rivelò un grande direttore. Ricordo solo alcuni episodi toccanti: il concerto all’ospedale psichiatrico di Mombello nella chiesa interna, dove parteciparono i ricoverati che potevano uscire dalle loro stanze; prima del concerto don Riccardo il sacerdote dell’ospedale, disse ai coristi: “Grazie per la vostra partecipazione, avrete di fronte un pubblico un po’ diverso da quello a cui siete abituati, ma voi oggi regalate a queste persone un momento particolare e date loro un’immensa gioia”.
All’Istituto dei tumori, il dr. Re disse al coro al termine del concerto: “Grazie! Voi oggi, con la vostra esibizione avete fatto dimenticare per un momento il male che hanno, e soprattutto avete dato loro gioia e speranza”. Anche noi del coro eravamo felici e commossi. Grazie all’oggi ottantanovenne Cisco, e al novantenne Enzo Soncini.