Cineforum
Cinema e partecipazione
Non stupisce che una delle prime e più importanti nonché proficue attività del neonato Centro Culturale Antonianum sia stato il cineforum. È bene ricordare, come abbiamo sottolineato nel nostro capitolo introduttivo, che i Gesuiti del Centro Culturale San Fedele furono ispiratori ed esempio circa l’organizzazione di questa attività.
Già, il cineforum. Non dimentichiamo che verso l’inizio degli anni ’70 i cinema erano in impetuoso sviluppo a Milano: vi erano in città quasi 150 sale che erano classificate di prima, seconda e terza visione. La programmazione giornaliera di ciascun cinema e i relativi inserti pubblicitari che invitavano gli spettatori a recarsi a vedere i film occupava un’intera pagina del Corriere della Sera.
A Città Studi e nei dintorni della nostra Parrocchia vi erano moltissime sale, solo per citarne qualcuna: Ambrosiano, Atlas, Ciak, XXII Marzo, Splendor, Susa. Pure impressionante era il numero di cinema parrocchiali: vi era il cine salone di San Luca, il cinema Leonardo a San Pio X e, naturalmente, anche il Cinema Corsica, che era gestito dai Frati Minori della parrocchia Immacolata e Sant’Antonio, appunto di viale Corsica (e dove il CCA svolgeva le sue attività).
Naturale, quindi, che l’esistenza di questa sala facesse venire, ai laici che stavano organizzando il Centro Culturale, l’idea di realizzare un cineforum, cioè quell’antenato dei cineclub o dei cinema d’essai il cui scopo era quello di offrire una programmazione di qualità, spesso fuori dalla grande distribuzione, legando quindi gli spettatori a un’idea di cinema che aveva un programma e una durata ben definita fin dal momento di sottoscrivere l’abbonamento.
Già dal 1971 il CCA aveva inaugurato il suo cineforum “esente dai DD.EE. ai sensi dell’articolo della legge 4/1/1965 e della circolare ministeriale finanze n.22 del 18/4/1966”, come recitava il borderò da compilare per la SIAE che sanciva questa esenzione per i “circoli di cultura cinematografica”.
Nei primi anni la programmazione venne affidata al consigliere Marzio Tosello che ebbe il merito di portare per la prima volta all’attenzione del pubblico temi sociali e anche politici a volte esasperati all’estremo con pellicole come If, AAA ragazza affittasi per fare bambino, o con una visione della vita spesso portata all’estremo pessimismo (Au hasard Balthazar) nonché film drammatici come Non torno a casa stasera o L’amante, senza escludere commedie tipo Non drammatizziamo, è solo questione di corna o momenti storici di vita italiana in particolare con riferimento all’ultima guerra mondiale con i flashback di I girasoli di De Sica o, appunto, Flashback di Andreassi; in ogni caso sempre opere di registi famosi e affermati quali Truffaut, Sautet, Bresson, Visconti, Anderson, Houston.
A quei tempi, la formula era impostata con la presentazione di 25 film proiettati lungo tutta la durata dell’anno sociale ogni martedì sera da ottobre a maggio.
L’ingresso era riservato ai sottoscrittori di una tessera che poteva essere di 25, 15 o 10 serate. Era quindi libertà dei sottoscrittori scegliere a quali proiezioni assistere con il risultato che il cineforum mancava alla fine di organicità, di un vero filo conduttore e, pur presentando pellicole di qualità, era, in fondo, solo un’alternativa al recarsi ai cinema delle seconde o terze visioni.
Vero è che, fin dall’inizio, il cineforum introduceva un’importante novità, quella del dibattito a fine proiezione; si cercava cioè di coinvolgere il pubblico in una rivisitazione critica del film appena visto, dando la possibilità agli spettatori di esprimere le loro sensazioni e le loro critiche in una sorta di recensione ante litteram, sul tipo di quella che oggi si può fare sui siti internet.
Naturalmente questo dibattito era moderato e il primo moderatore fu proprio Tosello, che dava le linee guida della discussione che spesso si protraeva lungamente con una discreta partecipazione numerica di spettatori. In fondo l’idea del cineforum era tutta qui: dare lo spunto per discutere di qualcosa – temi sociali, politici, religiosi – servendosi della “settima arte”, invogliando la gente a uscire di casa per passare una serata nella sala cinematografica guardando qualcosa di bello e stimolando poi il pubblico a dare il proprio contributo critico prima di ritornare a casa.
E, fin dall’inizio, una buona metà dei presenti in sala si fermava, al termine della proiezione, per partecipare al dibattito.
Dalla stagione 1974-75, però, si assiste a un cambio di direzione, Tosello lascia il posto da consigliere designato ed è sostituito, dopo un anno di “interregno” con la programmazione impostata quasi a ricalco di quella del Centro San Fedele, dal compianto Michele Selvini, poliedrico personaggio grande appassionato nonché raffinato cultore della cinematografia.
Nel 1973, grazie anche alla collaborazione con il centro studi cinematografici, la moderazione dei dibattiti viene suddivisa fra tre diversi esperti, tra cui lo stesso Selvini, e, dall’anno successivo, con la decisione di affidare a Michele l’intera organizzazione del ciclo con la scelta dei film e la pubblicistica relativa, il Cineforum dell’Antonianum subisce una profonda quanto salutare “ristrutturazione”.
Selvini cerca di dare un senso alle serate al cinema creando una serie di “cicli” definiti da precise e chiare tematiche, ciascuna trattata e presentata in due o tre proiezioni. A inizio anno viene preparata una brochure con la presentazione di questi cicli, con un’introduzione dello stesso Selvini e, altra importante novità, all’ingresso in sala viene consegnata al pubblico una scheda critica del film della serata, con appunti storiografici e biografici, di grande utilità come introduzione alla visione del film. Inoltre sempre Michele provvede a una breve presentazione e spiegazione del film prima che in sala si spengano le luci.
Ancora oggi i collaboratori del cineforum ricordano molto bene i fogli manoscritti con la minuta e chiarissima calligrafia di Selvini che poi battevano a macchina su matrici per ciclostile, dalle quali infine si traevano le schede da consegnare al pubblico. Può venire da sorridere pensando a quel lavoro tutto manuale, lungo e difficile, paragonandolo ai mezzi oggi a disposizione, computer, videoscrittura, stampanti laser, internet ecc. Ma l’effetto era comunque quello di regalare agli spettatori “qualcosa di più” su cui meditare e da cui trarre ulteriore materiale critico per il dibattito finale.
E anche il dibattito, sotto la guida garbata e anche ironica (quando serviva) di Selvini nel tempo diventava sempre più interessante, partecipato, appassionato. Quindi l’idea di Michele, per quanto semplice, era nello stesso tempo assai ardita, ma di sicuro effetto. La sua grande competenza garantiva la qualità nella scelta di cosa proiettare nella stagione e i cicli, assai attentamente studiati, includevano, a esempio, tematiche come la condizione della donna, la famiglia, la condizione sociale, la psicologia…
Il successo di questa formula fu immediato e strepitoso: all’inizio di ogni stagione, nonostante la capienza del Cinema Corsica fosse di più di 300 posti, alla serata inaugurale eravamo costretti a rifiutare la vendita di ulteriori tessere per non superare la massima capienza e compromettere quindi anche la sicurezza della sala.
Durante la stagione 1975-76, a causa di spiacevoli disaccordi con la comunità religiosa di viale Corsica, il cineforum dovette trasferirsi al Cinema Fiamma, un’altra sala parrocchiale sita a poca distanza e ben più spaziosa e accogliente di quella originale, che venne messa a disposizione da Monsignor Andrea Ghetti, parroco di Santa Maria del Suffragio.
Non mancava anche ogni anno la dedica di un paio di cicli ad autori più o meno affermati, ne ricordo qui solo alcuni: Peter Bogdanovich, John Schlesinger, Alan J. Pakula, Erich Romer, così come per attori come Walter Matthau o Paul Newman…
Ma già Selvini mostrava di avere un notevole “fiuto” quando nel 1975 dedicava un ciclo all’allora ventinovenne Steven Spielberg che, certo, cominciava ad imporsi al grande pubblico, ma era ancora lontano dall’Olimpo dei grandi registi, presentandone le due opere giovanili, quel Duel che ha intrigato e appassionato spettatori di tutto il mondo diventando poi un “cult”, e il delicato Sugarland Express poco capito dal pubblico, ma osannato dalla critica al momento dell’uscita.
Vale la pena però di citare anche due dei cicli dedicati al western, con il personaggio di Billy the Kid presentato in veste “psicanalitica” da Arthur Penn nel suo Billy Kid furia selvaggia e in veste “politica” da Sam Peckinpah con Pat Garrett e Billy the Kid e la serie “Giovane e vecchio West” che proiettava tre opere originalissime: La ballata di Cable Hogue, Il ritorno di Harry Collins e soprattutto I compari di Altman.
Selvini, inoltre, sempre in cerca di nuove esperienze cinematografiche, non aveva esitato a presentare, in contrapposizione all’onnipotente e onnipresente Ingmar Bergman, due pellicole di giovani registi svedesi poco conosciuti, Jan Troell e Bo Widerberg, o a dedicare attenzione a un giovane regista tedesco, Volker Schlöndorff, riuscendo a portare in sala il film Fuoco di paglia, allora assai difficile da reperire nel circuito distributivo italiano.
A tale proposito bisogna anche ricordare come egli riuscì a presentare opere altrimenti introvabili utilizzando il formato 16 mm, e quindi reperendo un proiettore da utilizzarsi allo scopo, tra le quali il famoso Billy il bugiardo nel ciclo dedicato a Schlesinger.
Ancora, ricordando i capolavori presentati al Cineforum Antonianum, come dimenticare Mouchette di Robert Bresson, il divertente e ironico O lucky man seguito del già citato If di Andersson, L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich, Anche gli uccelli uccidono di Altman… e via proiettando.
Il cineforum del CCA termina anche perché il mondo cambia rapidamente e il cinema in sala deve sopportare la concorrenza della diffusione dei nuovi supporti, videocassette VHS prima, CD e DVD poi, e l’invasione della rete che ha messo praticamente a disposizione la quasi totalità della produzione cinematografica a discrezione dei fruitori.
Oggi a Milano ci sono i multisala, il cinema sembra rivivere una seconda giovinezza, ma solo in prima visione… Oltre c’è il buio. Resistono qualche cinema d’Essai, ma, soprattutto, le sale adatte a un cineforum sono sparite. Di quelle che ho citato, compreso il Cinema Corsica, non ce n’è più una utilizzabile, anche perché i costi di adeguamento alle norme di sicurezza del nostro secolo sarebbero risultati proibitivi e comunque non misurati sul ritorno economico.
Potrei affermare che il cinema, nato alla fine del XIX secolo, è stato l’arte del ’900 e nel XX secolo ha vissuto la sua fortuna e ha esercitato la sua massima attrazione verso gli spettatori. E anche il CCA ha contribuito a questo sforzo di portare la settima arte presso il maggior numero di persone possibile.
Citiamo, per completezza, anche il ciclo “Cineforum per i ragazzi”, dedicato ai più giovani, il sabato pomeriggio.
Chiuderemmo riportando una frase scritta da Selvini nella presentazione della stagione 1975-’76 del cineforum CCA: “Tra i molti aforismi sull’arte raccolti da Hofmannsthal ne Il libro degli amici ce n’è uno particolarmente illuminante. Suona così: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie». È una massima che s’attaglia perfettamente al cinema, arte delle superfici, che ripone i suoi significati dietro a un velo mutevole di immagini in successione. Accedervi è alla portata di tutti. Basta una grattatina.”